Il Maestro – Recensione
Di Andrea Di Stefano.Con Pierfrancesco Favino, Giovanni Ludeno, Tiziano Menichelli, Astrid Meloni, Dora Romano, Valentina Bellè, Edwige Fenech. Italia, 2025. Minuti: 125
L’ultimo libro di Mario Calabresi, Alzarsi all’alba, ruota attorno al concetto di fatica: quella «figlia del senso del dovere, della responsabilità, dell’amore per la propria professione». È esattamente in questo solco che si inserisce il nuovo film di Andrea Di Stefano.
Il Maestro mette in scena il sacrificio e l’integrità, valori incarnati da Pietro Milella (un solido Giovanni Ludeno, già apprezzato in Lolita Lobosco), ingegnere della SIP che sogna per il figlio Felice un futuro da campione di tennis. Per farlo, Pietro non esita a investire i risparmi di una vita, sacrificando le vacanze familiari per affidare il ragazzo a un coach professionista: Raul Gatti.
Di Stefano trae ispirazione da una storia autobiografica per catapultarci alla fine degli anni ’80. Non si tratta però di una semplice operazione-nostalgia; il film evidenzia piuttosto il divario tra la percezione dei valori di quarant’anni fa e quella odierna. E’ in questa cornice sociale che Di Stefano colloca la famiglia Milella dove spicca il giovane Felice, interpretato da un bravissimo Tiziano Menichelli, su cui grava il peso di un’aspettativa enorme.
Perché, in questi frangenti, bisogna capire quanto il desiderio di gloria appartiene al figlio e quanto è invece una proiezione del padre. E fino a che punto si può spingere l’acceleratore sulla vita di un pre-adolescente senza schiacciarlo sotto il carico emotivo delle responsabilità?
La risposta arriva con l’entrata in scena di Raul Gatti, un Pierfrancesco Favino dall’apparenza frizzante e smargiasso. Il suo arrivo trasforma la pellicola in un road movie e dà il via al processo di emancipazione di Felice.
Raul non è l’uomo che appare: è un individuo rimasto schiacciato in passato dalle stesse pressioni che ora vede soffocare il ragazzo. Gatti è un uomo che avrebbe voluto restare giovane per sempre, fuggendo dagli impegni della vita adulta. Eppure, proprio questa sua natura “irrisolta” lo rende l’unico capace di capire che Felice è intrappolato in un meccanismo più grande di lui.
Raul Gatti, quindi, non potrà mai essere il maestro che Pietro Milella cercava, perché non è nemmeno in grado di badare a se stesso. Tuttavia, si rivelerà il mentore ideale: colui che trascina Felice in un viaggio liberatorio e rivelatore, insegnandogli a scoprire la vita vera oltre il campo da tennis.
Calzante la riflessione attribuita ad Alessandro Magno, che riassume perfettamente il cuore del film: “A mio padre devo la vita, al mio maestro una vita che vale la pena essere vissuta.”
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