I Colori del Tempo – Cédric Klapisch
Le eredità sono sempre fonte di gioie, dolori e sorprese. Nel caso di questo ultimo lavoro di Cédric Klapisch è la sorpresa a prevalere quando un nutrito gruppo di persone viene convocato davanti ad un notaio per l’apertura di un testamento. Secondo le carte, sono tutti discendenti di Adèle Meunier (interpretata da Susanne Lindon (figlia di Vincent Lindon e Sandrine Kiberlain, alla sua quarta prova attoriale), una donna vissuta tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, ed è arrivato il momento di occuparsi della sua casa, lasciata abbandonata e incustodita da anni.
Di questo gruppo di persone ne vengono scelte quattro in rappresentanza di tutti; avranno il compito di seguire la procedura per svuotare la casa e metterla in vendita. L’acquirente c’è già: è una società immobiliare che vuole costruire un parcheggio “green”. I fortunati sono Guy (Vincent Macaigne), Céline (Julia Piaton), Abdelkrim (Zinedine Soualem, presente in 14 dei 15 film di Klapisch), Anatole (Paul Kircher, visto in The Animal Kingdom con Romain Duris, il giovane studente de L’Appartamento Spagnolo, probabilmente il film più famoso di Klapisch). A complicare ulteriormente il gravoso compito dei prescelti, arriverà anche l’incursione di un’imprevedibile Cécile de France nel ruolo di Calixte.
Per i quattro selezionati inizia quella che può essere chiamata l’avventura della vita: arrivano alla casa e da quel momento il film inizia a viaggiare su due linee temporali tra presente e passato.
Dopo Here, La riunione di condominio, I Roses, La vita va così, anche Cédric Klapisch usa la casa come espediente narrativo attraverso il quale ci racconta, da un lato, la storia di questa misteriosa Adèle Meunier — della sua vita prima in campagna, poi a Parigi, e di come finirà in un quadro di Monet — dall’altro lo usa per aprire gli occhi dei quattro fortunati sorteggiati sulla vita che stanno conducendo. Quindi la ricerca all’interno della casa è anche, metaforicamente, una ricerca all’interno di se stessi.
E tornando a L’appartamento spagnolo (2002), che ha avuto il merito di aver reso popolare l’Erasmus, in quel film ci sono diversi indizi dello stile di Klapisch che ritroviamo anche in questa sua ultima opera di ventiquattro anni più tardi. Per esempio, quando il giovane Xavier vede una sua foto da bambino e ricorda che “ero biondo e volevo fare lo scrittore”: i sogni di quando si è giovani si scontrano con la realtà della crescita. E questo disincanto lo si ritrova anche nei personaggi che partono alla ricerca del passato di Adèle.
Idem dal punto di vista più tecnico: se ne L’appartamento spagnolo abbiamo sequenze in fast forward (l’avanti veloce che fa sembrare la scena un film di “Ridolini”) o lo schermo che si riempie di moduli man mano che la segretaria elenca la documentazione per l’Erasmus, qui abbiamo un gioco di montaggio parallelo che fa vivere a noi spettatori il tempo presente e il passato.
Il film è una piacevole e surreale commedia, che è anche un omaggio a Parigi nel momento in cui sta per cambiare e diventare una metropoli a tutti gli effetti; infatti, la vediamo con la Tour Eiffel in costruzione. È un omaggio anche alle trasformazioni tecnologiche: per esempio l’illuminazione elettrica. È un omaggio al cinema di cui si vocifera (la novità delle “immagini in movimento”). E dopo aver parlato di passato e presente, è un omaggio al futuro che troviamo nel titolo originale: La venue de l’avenir, la venuta dell’avvenire.
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