LA VILLA PORTOGHESE

Regia di Avelina Prat.

Con Manolo Solo, Maria de Medeiros, Branka Katic, Rita Cabaço, Xavi Mira

Anno: 2025      Recensione: 2026

Il cambiamento è una delle dinamiche che tendiamo a respingere con più forza, eppure resta l’unica costante inevitabile della nostra esistenza. Lo sa bene Avelina Prat, la regista spagnola la cui stessa carriera è testimone di una metamorfosi profonda: nata architetta, approda alla sceneggiatura nel 2004 — firmando oltre 30 titoli — per poi passare dietro la macchina da presa nel 2022 con il suo esordio, Vasil.

Proprio in Vasil, intercettiamo gli elementi cardine della sua narrativa che ritroviamo anche ne La Villa Portoghese, il suo secondo lungometraggio uscito nelle sale italiane i primi giorni del 2026: il tema dell’identità e il rapporto con “lo straniero”, inteso come l’incontro con chi sembra provenire da un altro mondo. La sua opera prima seguiva l’amicizia tra un immigrato bulgaro, esperto di bridge e scacchi, e Alfredo, un architetto in pensione scontroso, nonostante la contrarietà della figlia Luisa, traduttrice e bibliofila.

Questi temi tornano prepotenti anche nel suo secondo film. Al centro della storia troviamo un uomo abbandonato che incapace di reggere i colpi della vita, decide di seguire l’istinto per abbracciare un cambiamento radicale, nel senso più ampio del termine. Diventa, quindi, una figura estranea che irrompe nella quotidianità di una donna sconosciuta, instaurando con lei un legame speciale e iniziando un nuovo percorso della propria vita. Ed è proprio il rapporto tra questo uomo e la donna, proprietaria della villa portoghese a cui si rifà il titolo, al centro della trama.

La Prat ci conduce in un’esplorazione dell’identità, la propria e quella degli altri, suggerendo che l’accoglienza dell’altro può rivelarsi un mezzo per ritrovare sé stessi o superare un trauma. Ed è altrettanto interessante vedere come a volte il destino ci ripaga con la stessa moneta.

Dal punto di vista scenografico, sia l’appartamento di Alfredo in Vasil sia la decadente tenuta nel nord del Portogallo de La Villa Portoghese non sono dei meri sfondi. Le case definiscono i rapporti, regolano i silenzi e le relazioni che si sviluppano. La precedente professione della regista emerge, quinidi, non solo nella selezione delle location, ma anche in una regia definita dai critici “architettonica”: inquadrature pulite che misurano lo spazio fisico tra i corpi degli attori, distanze che, col passare dei minuti, finiscono per ridursi.

Il film poggia su due interpretazioni di rilievo internazionale:

  • Manolo Solo (Fernando/Manuel): Un attore che incarna anche lui il tema del cambiamento, avendo iniziato a recitare dopo una laurea in Scienze dell’Educazione. Già interprete per maestri come Guillermo del Toro e Iñárritu, ha vinto il premio Goya nel 2017 per La vendetta di un uomo tranquillo di Raul Arevalo
  • Maria de Medeiros: Figlia d’arte e attrice che molti ricorderanno nel ruolo di Fabienne in Pulp Fiction di Tarantino o accanto a Maurizio Nichetti in Honolulu Baby. Qui la Medeiros conferma la sua straordinaria caratura, portando sullo schermo la complessità di un rapporto che sfida le convenzioni in una chiave ironica e leggera.

Una commedia che invita a non temere l’inevitabile trasformazione delle cose e a guardare l’altro come uno specchio in cui riscoprirsi.

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